WE LOVE ARABS @ Teatro Vascello - FUORI PROGRAMMA: lo spazio scomodo dove non c'è un arabo
Di: Martinica Ferrara Strova
pubblicato il: 07/08/2018
categoria: DANZA

Continua con WE LOVE ARABS, già da noi recensito a Firenze, la rassegna di danza contemporanea Fuori Programma al Teatro Vascello
Hillel Kogan, coreografo israeliano proveniente dalla prestigiosa Batsheva Dance Company di Tel Aviv, apre questo spettacolo ironico e tagliente parlando al pubblico del movimento, della danza che penetra lo spazio, e di questo spazio che può essere vissuto dal corpo ma che a volte invece è ostile.

Corto-circuiti nelle frasi,  parole che si impigliano e non riescono a sbrogliarsi nemmeno con l’aiuto dei gesti; molte parole ripetute nervosamente caratterizzano il flusso del discorso di Hillel. Tutto ciò indica quello che Hillel non riesce a dire e quello che non può dire perché è scorretto, o ancor di più, perché stride con l’intento dello spettacolo che vuole creare. Indicano lo spazio scomodo, quello dove c’è un arabo.  Hillel vuole creare uno spettacolo che sia un messaggio di pace e coesistenza tra arabi ed ebrei in Israele, e l’intera performance di fatto è la preparazione e la prova di questo progetto. Ma il nucleo ironico e politicamente scorretto di We Love Arabs esplode quando si presenta il ballerino arabo con cui Hillel dovrà collaborare: Adi Boutrous.

I momenti di sorpresa e soprattutto le informazioni date per scontate riguardo al danzatore da parte di Hillel ci informano chiaramente sulla quantità enorme di stereotipi che nutre l’idea che ha degli arabi.  Se già gli resta difficile capire il nome di Adi, non “tipicamente” arabo, ancor di più risulta sorpreso nel apprendere che non proviene da un villaggio, bensì da Tel Aviv come lui, e la sorpresa diventa imbarazzo quando dopo essersi fatto disegnare una Stella di David sul petto e aver disegnato sulla fronte di Adi una mezzaluna, “il croissant della moschea”, apprende che invece è cristiano. La volontà di creare uno spettacolo di danza che decanti l’unione si scontra con l’irresistibile necessità di rimarcare limiti.

L’”identità” che decanta ossessivamente nel suo continuo,  divertente e fastidioso parlare in modo logorroico è sempre più confusa, è la generosa concessione del coreografo di uno spazio di espressione al ballerino arabo, che però comunque viene continuamente profanato, corretto, commentato.  L’improvvisazione che Hillel chiede di fare ad Adi è invasa dal flusso continuo delle sue parole, apprezzando o accentuando i movimenti che reputa più indicativi dell’identità di Adi, quelli che partono dalle pelvis: da una parte accennando forse così alla soggiacente attrazione omosessuale che valica i confini razziali e dall’altra parte invece continuando a voler definire dall’esterno cos’è essere arabo.  Adi contrasta l’energia prevaricante di Hillel con il silenzio, con calma disarmante, ma anche con puntuali smentite. Ad un certo punto dello spettacolo viene da chiedersi se con tanto disincanto sia poi possibile godere di una performance di danza senza prendere anch’essa per un errore di comunicazione, ma a questa domanda risponde da solo il duetto di Hillel e Adi, che anche se muniti di una forchetta e un coltello, che il coreografo decanta esser parte del suo unico programma di uso di oggetti coreografici in scena, si rivela essere non solo un movimento fluido e significativo, ma unisce l’incanto allo scontro di caratteri dei due danzatori: a volte Hillel si inceppa in qualche movimento, in una sorta di trance solipsistica che Adi pazientemente sopporta mentre continua a mantenersi coreograficamente in relazione con il suo corpo. Lo spettacolo si conclude con il tentativo di simboleggiare l’unione di ebrei e arabi attraverso l’hummus, spalmato sui visi dei danzatori e offerto, come in un rito eucaristico, agli spettatori in chiusura.

We Love Arabs è uno spettacolo corrosivo ma non distruttivo, la danza dei performers è di fatto un atto di amore, anche se nemmeno l’hummus in chiusura può serrare ermeticamente come un lieto fine l’antica questione culturale, ma si prende il merito di interrogare sull’onestà intellettuale dei desideri di inclusione e convivenza. È divertente, terribilmente credibile, ironico ma anche speranzoso.

Video Trailer - We Love Arabs

Informazioni

15 luglio ore 21.00
We Love Arabs
Hillel Kogan (IL)
prima regionale

testo e coreografia Hillel Kogan 
danzatori Adi Boutrous e Hillel Kogan
luci Amir Castro 
musiche Kazem Alsaher, W.A. Mozart
consulente artistico Inbal Yaacobi e Rotem Tashach 

credists: Maria Grazia Lenzini

Spettacolo realizzato con il contributo dell'Ambasciata di Israele in Italia

 

Riferimenti :

IN AGENDA

Ottobre
19

NEWS

PAURA E DELIRIO @ Teatro Studio Uno: dalla solitudine alla rabbia
Due umanità deliranti, soli, rabbiosi, due che la Vita prende quotidianamente a pugni. In scena fino al 14 ottobre, una commedia nera da non perdere al Teatro Studio Uno. Vi spieghiamo perchè!
REPARTO AMLETO @ Teatro India: oltre i soprusi delle rivisitazioni
“Reparto Amleto” è uno spettacolo concepito e diretto da Lorenzo Collalti, vincitore del premio come miglior spettacolo al Festival Under 25 Dominio Pubblico 2017, vittoria che gli ha dato l'opportunità di approdare quest'anno al Teatro India dal 9 al 21 ottobre.
CONTEMPORANEA FESTIVAL @ Teatro Metastasio. Prato legge la complessità del presente col linguaggio delle arti contemporanee
Torna a Prato Contemporanea con spettacoli, laboratori e incontri: un panorama sulla ricerca nelle arti performative. Vi parliamo delle compagnie italiane TPO e Kinkaleri, Pendiente dal Messico, dei francesi Noé Soulier e i Trickster-p dalla Svizzera
THE KITCHEN THEORY @Teatro Vascello: In Italia i DaCruDanceCompany
In collaborazione con l’Istituto italiano di Cultura di Madrid, i DaCru Dance Company portano in Italia una nuova e attesissima produzione, “The Kitchen Theory”.