LA PELLE di Liliana Cavani @ Prato Film Festival. Il controverso inno d’amore di Malaparte per l’Italia
Di: Leonardo Favilli
pubblicato il: 30/05/2018
categoria: RIFLETTORI SU

Con la proiezione del film “La Pelle” tratto dall’omonimo romanzo di Curzio Malaparte per la regia di Liliana Cavani, si è aperto il Prato Film Festival, giunto alla sua sesta edizione. Incentrato sulla forma cinematografica del cortometraggio, il Festival, che si è tenuto a Prato dal 20 al 23 maggio negli spazi del Cinema Eden e del Teatro D’Annunzio presso il Collegio Cicognini, si è ufficialmente aperto con la proiezione della pellicola del 1981. Da lì si è quindi snodato con una serie di eventi che hanno coinvolto non solo gli addetti del settore ma anche gli istituti scolastici cittadini in un percorso di avvicinamento al linguaggio cinematografico come mezzo preponderante, e talvolta prepotente, di comunicazione.     

La cerimonia di apertura

Sebbene il festival si sia aperto con la proiezione dei primi cortometraggi, tra cui uno dedicato al successo dei Fratelli Conforti, storici imprenditori tessili della città (evento con partecipazione su invito, peraltro), la vera cerimonia di apertura si è tenuta nella serata di domenica 20 maggio presso il Teatro D’Annunzio ospitato all’interno del settecentesco Collegio Cicognini, convitto nazionale che ha visto il grande scrittore e drammaturgo pescarese tra i suoi più illustri allievi; una palestra per allenare l’esercizio delle perifrasi, delle figure retoriche e del linguaggio aulico tipici di D’Annunzio. Ed è proprio con un omaggio a lui e ad un illustre pratese allievo del Collegio, Curzio Malaparte, che si apre la sesta edizione del Prato Film Festival. Infatti nella cornice settecentesca del teatro, con interventi déco che non possono non rammentare il Vate, viene proiettato il film “La Pelle” liberamente ispirato al romanzo omonimo scritto da Curzio Malaparte e pubblicato nel 1949 (attualmente a cura della casa editrice Adelphi). La pellicola, del 1981 e presentata alla Mostra del Cinema di Venezia, fu diretta da Liliana Cavani che si avvalse del talento, tra gli altri, di Marcello Mastroianni, nei panni dello scrittore protagonista, di una giovane e fulgida Claudia Cardinale, ovvero la Principessa Caracciolo, e dell’ormai celebre Burt Lancaster, alias il Generale americano Clark.

L’apertura della serata è stata affidata al direttore del festival, Romeo Conte, e all’attore Nicola Pecci i quali hanno a loro volta lasciato la parola a Gilberto Tozzi, attore di teatro della vecchia scuola, quella in cui l’impostazione della voce e l’assenza di inflessioni dialettali erano d’obbligo per creare un doveroso distacco dal pubblico Perciò l’attore pratese si è abilmente cimentato nella lettura del ditirambo La morte del cervo tratto dalla raccolta Alcyone del poeta cui è dedicato il teatro. A seguire l’attore cinematografico Maurizio Donadoni ha invece deliziato il pubblico con uno dei passi più celebri del romanzo Maledetti toscani di Curzio Malaparte, in cui sono elencati con arguzia, ironia e un pizzico di campanilismo i tratti genuini e crudi dei pratesi, suoi concittadini. Ad entrambi gli attori è stato anche consegnato il premio del festival che sarà successivamente recapitato anche a Liliana Cavani, assente.

La proiezione e il romanzo

Con colori che tradiscono il loro essere analogici nell’era del digitale, ma molto chiari grazie al restauro eseguito sulla pellicola, il film di Liliana Cavani propone alcune delle immagini offerte dal romanzo malapartiano, cercando di conciliare la durezza del testo con esigenze cinematografiche e, soprattutto, di copione. L’impresa di trasporre sulla celluloide il linguaggio dissacrante, le metafore estreme e il carattere controverso di Malaparte è da considerarsi, già di per sé, eroica per cui il giudizio è complessivamente molto positivo in quanto la regista, pur dovendo fare una cernita molto accurata e studiata, non ha edulcorato troppo i toni.

La stragrande maggioranza del film è ambientata nella Napoli del 1943 ed in particolare dei giorni della liberazione per opera dell’esercito alleato. Lo scrittore si trova al seguito soprattutto come giornalista e come interprete in quanto graduato dell’esercito italiano non più nemico, oramai, dopo l’8 settembre. Il romanzo narra le vicissitudini di Malaparte che si snodano tra i vicoli, malfamati e caotici, e i borbonici palazzi barocchi, testimoni di un passato lussuoso e lussurioso. In quanto intellettuale ed ufficiale di collegamento, lo scrittore pratese, il cui nome originale era Kurt Suckert (il padre era sceso dalla Germania per lavorare in una delle principali manifatture tessili della città laniera, di proprietà germanica), aveva accesso alle stanze del potere in una fase storica priva di riferimenti e spesso mutevole di giorno in giorno. Perciò il suo sguardo privilegiato è in grado di restituire una visione anticonformista, antiretorica e antimoralistica di un conflitto in cui il discernimento tra buoni e cattivi talvolta perde la sua nitidezza. Per questo il romanzo e il suo scrittore sono spesso stati tacciati di fare propaganda a favore del fascismo e non a caso la figura dell’intellettuale non ha avuto la fortuna che meriterebbe nell’Italia della ricostruzione e anche oltre. Nonostante la sua adesione al fascismo della prima ora, quello dei fasci di combattimento e delle prime camicie nere, Malaparte è sempre stato un pensatore libero tanto da subire il confino a Lipari e da opporsi alla retorica nazionalistica del regime (il titolo del suo romanzo Viva Caporetto! sarà modificato durante il ventennio per nascondere la sua irriverenza e l’onta della storica sconfitta).

Sicuramente Liliana Cavani non è stata in grado di dare una visione così ampia sul personaggio ma la selezione degli episodi non ha tradito lo spirito del romanzo, dissacrante e sconvolgente. Dal banchetto a palazzo in cui viene servito il cadavere di un bambino scambiandolo per sirena, alla spietatezza di padri e madri che vendono il corpo dei propri figli ai soldati per sopravvivere, dalla vergine offerta dal padre ai soldati per ammirarne la purezza alla clinica dove i cani vengono seviziati per la causa della scienza: ogni racconto all’interno del film è fedele all’originale nella descrizione e nello sviluppo. A non essere invece abbastanza efficaci sono le sfumature e le tinte forti che il linguaggio di Malaparte esibisce pagina dopo pagina: talvolta le metafore originali sono talmente visionarie e allo stesso tempo fisiche che la loro resa davanti alla telecamera non riesce a cogliere fino in fondo l’importanza di ogni singola parola. Se la proiezione restituisce prevalentemente la miseria della popolazione vessata dal conflitto e dalla povertà, manca quella fierezza che invece lo scrittore evidenzia e porta ad esempio. Infatti, di fronte all’emarginazione e all’indigenza il popolo italiano non ha bisogno, ancora una volta, di bandiere per dimostrare il proprio valore; la bandiera ce l’ha stampata nella Pelle e non può rinnegarla perché è ciò che ricopre, protegge ma che, allo stesso tempo, si ferisce per prima. Non bastano la penicillina anti-sifilide degli americani, la loro civiltà e la loro democrazia per renderci vergognosi e remissivi; non bastano gli americani convinti che “Cristo stia dalla parte di chi vince”. In definitiva, pertanto, un inno d’amore, quello di Malaparte per il suo paese, che Liliana Cavani, tra i pochi a farlo, è riuscita a comprendere e a valorizzare senza cadere nella tentazione di spiegare certe metafore o certe immagini le quali, invece, devono prima sconvolgere, destabilizzare, e poi permeare attraverso la pelle per giungerci filtrate e nitide, così come lo è il linguaggio malapartiano.

Efficace l’interpretazione di Marcello Mastroianni, sufficientemente distaccato ma allo stesso tempo compassionevole, nel senso letterale del termine, in quanto sofferente insieme ai propri connazionali e consapevole della loro necessaria sfrontatezza per sopravvivere. Per quanto minore, interessante anche il ruolo interpretato da Claudia Cardinale, elegante e bellissima Principessa Caracciolo, esponente di un’aristocrazia ancora forte ma alla fine capace di esprimere quella stessa sfrontatezza del popolino. Meno coinvolgente e forse troppo romantico il ruolo della Generale Wyatt, femminista e coraggiosa, il cui coinvolgimento con Malaparte è, nel romanzo, meno accentuato; certamente, però, l’importanza nella pellicola controbilancia il maschilismo preponderante a fronte della necessità di capovolgere i ruoli di vinti e vincitori.   

Il Prato Film Festival

Curata dal direttore artistico Romeo Conte, la sesta edizione del Prato Film Festival ha concentrato la sua attenzione sulla forma del cortometraggio, spesso a torto sottovalutato e invece mezzo di comunicazione con cui misurarsi è importante per riuscire a trasmettere un messaggio che sia davvero protagonista, scevro da abbellimenti e da sovrastrutture. Tre le sezioni in cui era possibile partecipare: a partire dal tema ampio ma definito dei diritti umani, con particolare attenzione alla loro difesa e rivendicazione, della sezione DIRITTI UMANI fino alle sezioni CORTO ITALIA e MONDO CORTO che invece hanno offerto la possibilità a cineasti emergenti provenienti, rispettivamente, dall’Italia e dal resto del mondo, di proporre uno sguardo sul mondo contemporaneo. Dopo un’accurata selezione sono stati individuati i 31 cortometraggi che hanno gareggiato nelle varie categorie i cui vincitori sono stati premiati in occasione della cerimonia di chiusura che si è tenuta il 23 maggio. Tutte le proiezioni, ad ingresso libero e aperte al pubblico, hanno avuto luogo presso il Teatro D’Annunzio del Collegio Cicognini e presso il Cinema Eden, unica sala cinematografica, insieme al Terminale, che è riuscita a resistere nel centro storico alla concorrenza dei plessi multisala di periferia.

Importanti gli eventi collaterali e le proiezioni di pellicole fuori concorso che hanno arricchito il festival. Oltre alla proiezione de La Pelle della Cavani,  sono stati proposti al pubblico: Veleno, di Diego Olivares con protagonista Luisa Ranieri in una storia fatta di malavita organizzata, reati ambientali e lotte intestine tra uno stato che sembra ormai arrendersi e una natura che si ribella allo scempio subito; Tutto quello che vuoi, di Francesco Bruni, una piacevole commedia in cui un giovane impenitente trasteverino incontra un importante poeta ormai anziano e malato con cui riesce ad instaurare un rapporto di affetto tanto da accompagnarlo verso un obiettivo ritenuto impensabile; Il più grande sogno, per la regia di Michele Vannucci, offre uno sguardo sulla periferia romana che grazie ad un ex carcerato tenta il riscatto per concedere ai suoi abitanti il diritto alla propria dignità.

Evento di chiusura

Dopo il classico di apertura, la chiusura del festival è stata affidata ad un altro dei capolavori della cinematografia italiana del secolo scorso, ovvero a Il Postino di Michael Radford e con l’indimenticabile Massimo Troisi. Un inno alla poesia e alla forza dirompente delle parole, sempre più importante da riscoprire nel mondo odierno fatto di una comunicazione sintetica, immediata e improvvisa.

Per completare il programma, proprio nel giorno della chiusura il 23 maggio, è stata inaugurata presso la Saletta Campolmi, attigua all’omonimo complesso che ospita la Biblioteca Comunale Lazzerini, una mostra (aperta fino al 4 giugno) dedicata alla pellicola tratta dal romanzo di Skarmeta, con pezzi provenienti principalmente dall’archivio digitale Angelo Frontoni, il fotografo delle dive, disponibile sul sito del Mibact. I curatori Lorenzo Baraldi e Gianna Gissi hanno così permesso ai molti, anche giovanissimi, che non hanno conosciuto il genio dell’attore napoletano, di immergersi nella metafora della poesia che i colori e i suoni di Salina riproducono con estrema delicatezza ed efficacia.

Fulcro della piccola mostra la bicicletta originale che ha visto montare in sella un Massimo Troisi che nelle foto di scena esibite già tradisce la sofferenza che gli derivava dal suo cuore malato; un cuore che lo avrebbe strappato alla vita pochi mesi dopo le riprese. Accanto alla bicicletta due abiti, realizzati da Eleonora Lastrucci, ispirati alla giovane Maria Grazia Cucinotta, compagna di Troisi nel film che compare in tutta la sua bellezza genuinamente mediterranea. Figura più seriosa ed autorevole quella del poeta Neruda nei bozzetti di Gianna Gissi in cui l’intellettuale prende le fattezze di un credibile Philippe Noiret. Ogni linea delle prove di pettinatura e dei costumi riporta inevitabilmente ad una cinematografia ancora poco digitalizzata, fatta di chiaroscuri, di tratti a volte appena accennati ma capaci di suggerire le atmosfere poetiche riecheggianti ancora nelle orecchie e negli occhi di generazioni di spettatori.     

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