FARSI FUORI @ Angelo Mai: per sovvertire gli schemi del femminino, forse, è necessario starne fuori
Di: Paola Proietti
pubblicato il: 09/01/2018
categoria: RECENSIONI RM

Il 15 e il 16 Dicembre 2017, Luisa Merloni ha analizzato e rappresentato la perplessità della donna contemporanea davanti al poter scegliere o meno di diventare madre, confrontandosi con un fallibile e sconcertato Arcangelo Gabriele nello spettacolo FARSI FUORI con Luisa Merloni (che firma la regia) e Marco Quaglia. Una produzione Psicopompoteatro.

L’attrice entra in scena e chiede di spegnere i telefoni cellulari; insiste, dice di controllare, e quando si è accertata che tutto il pubblico abbia spento i propri apparecchi, squilla quello dell’attrice e lei risponde con comica nevrosi. È la madre. Alle prese con una crisi momentanea con il suo fidanzato, più giovane di lei. Iniziano una serie di battibecchi che delineano la differenza tra le due generazioni: la madre in corsa per il capovolgimento della tradizione con i suoi capricci adolescenziali e la figlia in cerca dell’autodeterminazione che risponde con indolente saggezza. In contrasto con tutte le lotte per l’autonomia femminile e per la non dipendenza affettiva, la figlia, però, consiglia caldamente alla madre di dimenticare l’obsoleto e troppo decantato senso della dignità e di “strisciare” per risolvere il conflitto di coppia. Anche per congedarla velocemente e per iniziare lo spettacolo, che la madre definisce “la recita”. Chiusa la conversazione e uscita di scena l’attrice, il palco appare in attesa dell’inizio; ma entra un personaggio con un bagaglio, che sembra persona del pubblico e chiede informazioni smarrito, ma curioso. Si domanda se è arrivato al teatro giusto e parla del traffico per arrivarci. Quando entra in scena l’attrice, sembra un intruso e lei cerca di allontanarlo interdetta. Poi, scopre che è l’Arcangelo Gabriele e che è venuto ad annunciarle che partorirà e sarà madre! La donna è disorientata, ma decisa a declinare l’offerta e spiega che quello di dover far figli per la propria realizzazione, non è un problema che l’affligge, né lo considera tale. I progetti sulla sua vita e la realizzazione dei suoi desideri sono i figli che vorrà avere. Allora l’Arcangelo le mostra squallidi scenari fatti di conflitti di coppia e di solitudini, epiloghi di vita stereotipata che una donna che non fa figli è destinata a subire. Ma lei diniega ogni intimidazione e insiste sulla sua “quasi” convinzione di avere altro destino.

Sul palco la scenografia di Gianluca Moro mostra un interno fatto di due sedie e un tavolino dallo stile essenziale, bianco e scarno, ma con un fondale multicolore, fatto di mille forme geometriche che formano un puzzle astratto, un mondo di incastri diversi e policromi che indicano l’armonia perfetta delle difformità possibili. Sul tavolino bianco, dalla forma scheletrica e moderna, il contrasto di una composizione di frutta dai toni caravaggeschi sapientemente messa in luce e ombra da Marco Guarrera, che con il suo gioco di luci supporta e affianca l’alternanza del quotidiano al mistico per tutta la rappresentazione. Soprattutto quando l’attrice Luisa Merloni, con un velo sul capo, prende in braccio un bambolotto e ci mostra una figura che rimanda alla Trinità, ma che immediatamente e volutamente disattende con una delle sue battute dissacratorie.
Luisa Merloni interpreta questa donna quasi quarantenne messa davanti all’ultima possibilità di procreare posta come una benedizione, con ironica sorpresa di chi non da’ per scontato che avere prole sia un privilegio. Riesce con destrezza a rendere paradossale questa ipotetica benedizione, con sdrammatizzanti battute dal ritmo comico e dal leggero accento romano, che sottolineano l’assurdità di dare per scontate le caratteristiche dell’eterno femminino. Usa con esperienza movimenti volutamente disinvolti e non impostati ad una cultura che vuole la donna “piena di grazia” ed è convincente quando dichiara di sentirsi «in obbligo di soddisfare una richiesta» quando lei in realtà non vuole niente… E allora decide che è il Silenzio, l’unica forma di resistenza. Ma questo silenzio è una forma di emancipazione o di disfatta?

L’Arcangelo Gabriele è interpretato da un piacevolissimo Marco Quaglia. Ironico al punto giusto, naturale nella perplessità e nella sorpresa continua di interagire con una donna che inaspettatamente non vuole essere “Maria” e nemmeno lo accoglie come un angelo. Abilissimo nel cambiare registro per interpretare scenari diversi, che servono a dimostrare alla donna refrattaria alla benedizione, le conseguenze della sua ribellione, Marco Quaglia è ammirevole quando riesce ad interpretare un Arcangelo sconfitto e disorientato che dichiara di voler chiedere alle “alte sfere”un demansionamento a Cherubino trombettista, perché descrive ottimamente lo smarrimento di tutto il genere maschile in questo nuovo assetto dei ruoli.
Altrettanto convincenti non sono, invece, i costumi di scena, confusi e non ben identificati, quasi distratti rispetto alla scenografia così significativa. Una felpa fuori misura con due ali stampate dietro per l’Arcangelo e un’inspiegabile gonna plissé lunga per l’attrice protagonista. Forse è proprio nell’intenzione dell’autrice mantenere una neutralità, ma non è chiaro.
Chiaro invece sembra che, per la Merloni “femminismo” e “femminile” siano parole e concetti da rivedere, da raccomodare sulle nuove misure date dalle conquiste e dalle sconfitte passate. Una donna oggi può scegliere di non essere madre, ma ne paga ancora il peso. E alla fine forse le rimane sempre il dubbio che quello che ha scelto, lo ha scelto per riempire un vuoto.

La riflessione avviene anche contestualmente all’atmosfera che regala questo teatro sui generis: un capannone di ondulato immerso nel Parco di San Sebastiano, a ridosso delle Terme di Caracalla, nel cuore di Roma. Qui la cultura ha quel sapore di ribellione e di autonomia che la aiuta a diffondersi più libera. Quando si è dentro si respira la sua storia e la sua poetica squatter; l’interazione con chi la gestisce è di condivisione comunitaria, per questo ci si ferma non solo per il teatro, ma anche per esperire quel senso di condivisione degli ideali. Ci sono tavoli e sedie senza pretese, ma numerosi, un bar gestito dallo stesso collettivo che tiene in vita il teatro e, soprattutto, prezzi popolari, che rendono possibile la diffusione di spazi aggregativi come questo.
Lodevole e considerevole, allora, l’ironia di Luisa Merloni che racconta un disagio. Concede quella leggerezza che mantiene alta l’attenzione e ti sorprende a riflettere. Però proprio perché il teatro è un mezzo potente, quello contemporaneo, necessita sempre di una chiusura che propone strumenti intellegibili per l’azione, oltre che per la presa di coscienza. E quando il rischio è di confondere lo “stare fuori” con lo “stare in disparte”, questo si fa decisamente importante.

Info:
FARSI FUORI
con Luisa Merloni e Marco Quaglia
Voce Alessandra di Lernia
Luci Marco Guarrera
Scenografia Gianluca Moro
Collaborazione artistica Fiora Blasi
Assistente alla regia Cristiano Demurtas
Testo e regia Luisa Merloni

Produzione Psicopompoteatro

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