H COME AMORE @ Teatro Comunale di Antella. Tutte le nostre H
Di: Michele D'Ambrosio
pubblicato il: 20/04/2017
categoria: RECENSIONI FI

Love-ability capacità di amare, possibilità di amare: necessità, forza vitale di esistenza, diritto innegabile a nessun essere umano, bello, brutto, strano, vecchio, grasso, uomo, donna, gay, e anche diversamente abile. Nell’amore libero da pregiudizi, un ultimo tabù da abbattere riguarda la sessualità nel mondo dei disabili. La possibilità di amare, per tutti, è il cuore di H COME AMORE che Alessandro Riccio, della casa di produzione Tedavì, porta di nuovo in scena al Teatro Comunale di Antella: dopo 3 settimane di repliche a febbraio, fa ancora il tutto esaurito fino al 20 aprile.

Il tema prende l’avvio dal libro di Maximiliano Ulivieri Loveability - L'assistenza sessuale alle persone con disabilità, del progetto Lovegiver, come ci dice alla fine lo stesso Riccio; autore, regista e interprete, realizza una pièce delicata ci fa riflettere con un tema da teatro sociale, ma riesce a mantenere tutto il divertimento a cui ci ha abituati; nonostante sia catapultato fuori dal suo consueto stile teatrale, fatto di comicità pungente, personaggi sopra le righe, legati alla storia locale fiorentina (pensiamo a Bruna è la notte), anche H COME AMORE è perfettamente in linea con la capacità di trasformazione dell’istrionico attore, in grado di rendere vero e credibile ogni stranezza, con sensibilità accompagna lo spettatore attraverso i propri pregiudizi e timori che della diversità non si possa e non si debba ridere.

Alessandro Riccio è Stefano, o Stefanino, come lo chiamano tutti, un uomo di 36 anni, portatore di handicap, di quella lettera H, che vive la propria disabilità tra le quattro mura domestiche, costretto dalle convenzioni sociali a non viversi a 360°. Stefano è avvolto solo dall’affetto della madre, interpretata con grande verità e delicatezza da Deanna Melai, che non vede il proprio figlio solo come un disabile.

Lei sarà capace far vivere a Stefano la propria sessualità, o come direbbe lui i suoi pantaloni stretti: la madre, con il proprio coraggio e ostinazione, rappresenta la scintilla che fa scattare il meccanismo interpretativo. Una madre che mette da parte i propri risparmi per far provare al figlio cosa significa godere, che capisce quanto, nonostante parte della mente del figlio sia ferma a quella di un bambino, il corpo invece sia pronto. Ecco che prorompe sulla scena Halina, Gaia Nanni, un’altra lettera H, che brucia di un fuoco che riscalda il cuore; un fuoco che distrugge la vita di una ragazza costretta ad esercitare il mestiere più antico del mondo.

Questo è il quadro che vediamo evolversi in un percorso di crescita non solo del protagonista e dei personaggi che lo circondano, ma anche del pubblico. La scena è semplice, allestita come la camera di un bambino, cosparsa di giochi colorati, tende e cuscini morbidi, è la casa di Stefanino.

Alessandro Riccio dimostra un’abilità ed una naturalezza nella rappresentazione della disabilità che ci lascia stupefatti: senza cadere mai nella macchietta stereotipata, alterna un cervello che si inceppa e frasi spezzate dense di significato, a un corpo adulto pronto ad abbandonare i giochi d’infanzia, le 5 macchinine ricevute in eredità dallo zio operaio non comunista. Stefanino ci fa ridere. È il diverso, è il ritardato, è colui che va portato a Lourdes per ricevere il miracolo, o lasciato a trascorrere il tempo nel centro diurno, parcheggiato in disparte, dove non si vede, insieme agli handicappati, o meglio ai disabili, o nel linguaggio politicamente corretto, ai diversamente abili: è cambiato davvero qualcosa nel sentire comune passando dai termini handicappato, disabile, diversamente abile, oppure ci vestiamo dell'abito del perbenismo? Questo l’interrogativo dentro di noi dopo aver assistito allo spettacolo. La madre sembra l’unica in grado di comprenderlo, con una spiazzante ingenuità chiede: in fondo chi è normale?

Anche Halina, la prostituta russa che Gaia Nanni interpreta usando i classici stereotipi legati alla sua figura, anche se sempre in maniera funzionale allo spettacolo, ha il suo percorso di crescita: il rapporto tra i due prende il via in maniera primordiale e quasi animalesca, attraverso un gioco di maschere e di annusamenti; ma grazie alla sensibilità che Halina riesce inaspettatamente a tirar fuori con Stefano, le due H si avvicinano, si avvinghiano, danzano insieme sulle note della diversità, ci permettono di vedere cose così lontane, in realtà tanto vicine. I due si liberano in un emozionante tango, metafora di un amplesso nel quale l’amore riesce ad annullare ogni barriera tra i due personaggi. Proprio questo incontro di solitudini riesce infine ad allontanare Halina dalla sua vita, dall’amore per il denaro, consentendole di concludere un percorso di emancipazione parallelo a quello di Stefanino: un’evoluzione fisica per lui, un’evoluzione etica per lei.

Stefano grida che matto non si dice: cos’è la follia e cos’è il cervello spento? Il matto è un supereroe perchè non ha malizia e non riesce a vedere il male. In fondo Stefanino è tutti noi quando da piccoli si giocava ad essere supereroi. Con H COME AMORE, Alessandro Riccio riesce a strapparci una risata anche di fronte al disagio che la disabilità ancora oggi ci provoca.

Del resto, come ci dice, il matto è un supereroe. E chi può resistere alla saga di un supereroe?

 

 

Info:

H COME AMORE
scritto e diretto da Alessandro Riccio
con Gaia Nanni, Alessandro Riccio, Deanna Melai
Produzione Tedavì
Costumi Veronica Di Pietrantonio

Luci Lorenzo Girolami

Teatro Comunale di Antella

13-20 aprile 2017
Foto di Federica Gambacciani

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